Elezioni subliminali
Delle opposte ricette di Barack Obama e Mitt Romney per portare l’economia americana fuori dalla depressione si è detto molto. Si è detto molto anche dei tagli fiscali proposti dal candidato repubblicano, e messi in forma di “path”, di via praticabile, dal suo vice, Paul Ryan, così come è stata scandagliata, sulla sponda opposta, l’insistenza sulla giustizia sociale, con tutto ciò che questa implica in termini di consolidamento del welfare e protagonismo dello stato federale nell’economia. Leggi La turbolenta convention del Gop fra liti interne e disturbatori esterni di Mattia Ferraresi
24 AGO 20

Roma. Delle opposte ricette di Barack Obama e Mitt Romney per portare l’economia americana fuori dalla depressione si è detto molto. Si è detto molto anche dei tagli fiscali proposti dal candidato repubblicano, e messi in forma di “path”, di via praticabile, dal suo vice, Paul Ryan, così come è stata scandagliata, sulla sponda opposta, l’insistenza sulla giustizia sociale, con tutto ciò che questa implica in termini di consolidamento del welfare e protagonismo dello stato federale nell’economia. Si è parlato a lungo dei 1.700 miliardi di dollari che il piano repubblicano vuole recuperare da un taglio radicale della spesa pubblica, si ragiona incessantemente intorno alle misure per contenere il debito pubblico e le opposte soluzioni sul Medicare, la copertura sanitaria per gli anziani, sono oggetto di un dibattito che riempie le pagine dei giornali. Gli osservatori indagano quotidianamente con stetoscopi politici (e talvolta snudando anche il bisturi) le proposte dei candidati alla Casa Bianca, addizioni e variazioni vengono accuratamente messe agli atti, e ogni osservazione va a ingrossare il faldone della campagna elettorale esplicita, emersa.
Ma sotto al pelo dell’acqua delle argomentazioni note c’è una campagna elettorale subliminale, giocata nella zona d’ombra del non detto, che ha a che fare non tanto e non solo con l’enunciazione, da parte degli schieramenti, di proposte ovviamente divergenti, ma con un ferale scontro fra identità. La campagna emersa esprime dati che possono essere considerati, soppesati, sommati e confrontati; quella sommersa esprime una battaglia fra visioni antropologiche, concezioni del mondo che si fronteggiano in uno scontro che non è riducibile a una brochure elettorale o a un piano di risanamento economico. Il caso di Todd Akin, il deputato incorso in un incidente a proposito di stupro, maternità e aborto, illustra la differenza: la campagna emersa ha fuso le dichiarazioni di Akin, secondo cui lo stupro raramente genera una gravidanza, e ne ha fatto proiettili per portare l’assedio quotidiano. Nella campagna subliminale si è aperta una voragine invisibile a occhio nudo. (segue dalla prima pagina)
Dietro alla normale e legittima strumentalizzazione da campagna elettorale e all’anormale pasticcio linguistico del deputato Akin, la faccenda illustra due modi di concepire la vita che diventano parte integrante della campagna subliminale. Superando la parte più ovvia dell’incidente, quella che sospinge il cabotaggio elettorale, si arriva alla differenza fra identità. Romney è un manager mormone discendente da una famiglia di coloni britannici, rappresenta una visione del mondo intimamente anglosassone (durante la visita in Inghilterra uno degli uomini di Romney ha usato questo aggettivo, anglossassone, per descrivere l’eredità condivisa con Londra, si è scatenato l’inferno), è un tipo austero e “out of touch” del New England in cui ogni tratto biografico, esistenziale e persino somatico incarna l’intera idea di mondo che rappresenta. L’impostazione identitaria di Obama, presidente cool di padre keniota e madre wasp, nato alle Hawaii, cresciuto in Indonesia ed educato nelle università fondate dagli antenati di Romney, emana una visione opposta della società, dei temi legati alla vita, dell’identità americana, del ruolo della religione nella sfera pubblica, della posizione dell’America nel mondo e persino della nozione di “io americano”, per dir così. La campagna subliminale, in fondo, non è altro che il conflitto fra emanazioni di identità contrapposte, che si esplicitano nella visione del matrimonio gay, nel ricorso al paradigma scientista applicato a ogni ambito della vita, nella facilità con cui si augura pubblicamente che sua figlia non venga “punita” con una gravidanza indesiderata. Non si tratta di ridurre lo scontro agli ascendenti biologici o familiari dei candidati, ça va sans dire, e non ci si sogna di rinfocolare la pazzoide campagna sul certificato di nascita, ma procedendo per progressiva eliminazione di schermi elettorali, schivando per un attimo le sacrosante distrazioni tecniche, che si chiamino tasse o welfare, si giunge alle polle sorgive dell’identità.
Dietro alla normale e legittima strumentalizzazione da campagna elettorale e all’anormale pasticcio linguistico del deputato Akin, la faccenda illustra due modi di concepire la vita che diventano parte integrante della campagna subliminale. Superando la parte più ovvia dell’incidente, quella che sospinge il cabotaggio elettorale, si arriva alla differenza fra identità. Romney è un manager mormone discendente da una famiglia di coloni britannici, rappresenta una visione del mondo intimamente anglosassone (durante la visita in Inghilterra uno degli uomini di Romney ha usato questo aggettivo, anglossassone, per descrivere l’eredità condivisa con Londra, si è scatenato l’inferno), è un tipo austero e “out of touch” del New England in cui ogni tratto biografico, esistenziale e persino somatico incarna l’intera idea di mondo che rappresenta. L’impostazione identitaria di Obama, presidente cool di padre keniota e madre wasp, nato alle Hawaii, cresciuto in Indonesia ed educato nelle università fondate dagli antenati di Romney, emana una visione opposta della società, dei temi legati alla vita, dell’identità americana, del ruolo della religione nella sfera pubblica, della posizione dell’America nel mondo e persino della nozione di “io americano”, per dir così. La campagna subliminale, in fondo, non è altro che il conflitto fra emanazioni di identità contrapposte, che si esplicitano nella visione del matrimonio gay, nel ricorso al paradigma scientista applicato a ogni ambito della vita, nella facilità con cui si augura pubblicamente che sua figlia non venga “punita” con una gravidanza indesiderata. Non si tratta di ridurre lo scontro agli ascendenti biologici o familiari dei candidati, ça va sans dire, e non ci si sogna di rinfocolare la pazzoide campagna sul certificato di nascita, ma procedendo per progressiva eliminazione di schermi elettorali, schivando per un attimo le sacrosante distrazioni tecniche, che si chiamino tasse o welfare, si giunge alle polle sorgive dell’identità.
Sul livello identitario s’innesta la campagna subliminale, la stessa alimentata da due britannici, Tina Brown e Niall Ferguson, che in qualità di direttore di Newsweek e di storico-polemista hanno apparecchiato un attacco da copertina a Obama, contro il quale si sono scatenati eserciti di bastonatori. Sezionare le argomentazioni di Ferguson è lavoro intellettualmente onesto e utile per compilare gli atti di questa campagna, ma il metodo promulgato in modo sommo da Paul Krugman non si attiene al livello subliminale in cui opera Newsweek. Lì c’è un groviglio di identità, non un calcolo da club della politologia.
Leggi La turbolenta convention del Gop fra liti interne e disturbatori esterni di Mattia Ferraresi